L’agricoltura con le attività forestali è indispensabile alla sopravvivenza
umana.
La campagna provvede a tutti i bisogni fondamentali di acqua, aria,
biodiversità, cibo, energia, fibre (cotone, lana, lino ecc) e a
tutti i materiali da costruzione.
La terra è sacra, non l’abbiamo fatta noi. È la dimora naturale
di ogni essere vivente.
Sulla terra si fonda l’identità delle comunità umane se non è alienata,
frammentata e non è basata su mere considerazioni utilitaristiche.
Il suolo su cui camminiamo è mescolata la polvere dei nostri antenati;
i nostri corpi, morendo, arricchiscono la terra dimostrando che
essa non ci appartiene ma noi apparteniamo alla terra.
La campagna è una comunità vivente di innumerevoli organismi e come
un corpo deve essere nutrita, curata, fatta riposare. Si parla con
lei attraverso il proprio corpo.
La campagna è essenziale per rigenerare la società umana, perciò
occorre arricchire le campagne, riscoprendone la sacralità.
Tutte le civiltà si basano sull’agricoltura, compresa quella industriale,
ma nessuna è stata così distruttiva per la natura come la nostra
che è perciò la più fragile di tutte.
Le tecnologie industriali applicate alla terra — prodotti chimici
di sintesi come diserbanti, concimi chimici, anticrittogamici, macchine
a energia fossile, sementi geneticamente manipolate, monocolture
di merci per il mercato internazionale, che modificano il paesaggio
per renderlo funzionale alle macchine — non sono agricoltura ma
attività industriali, e non devono godere di privilegi per “pubblico
interesse”.
Il furto anche di una sola mela è un reato punito penalmente, ma
il saccheggio sistematico dell’eredità genetica e l’inquinamento
dei cicli alimentari con conseguenze immense sulle popolazioni,
non è considerato illegale dai governi, eppure viola i diritti fondamentali
di tutti i popoli. Non c’è profitto derivante da questa distruzione
che possa giustificarla.
La terra non è e non sarà mai una merce. È un bene comune. Il suo
destino naturale è l’uso e il godimento comune.
Comune è l’aria che gli alberi e i venti rendono pura, comune è
l’acqua che le radici delle piante, le rocce, le cascate rendono
potabile e salutare come nessun impianto tecnologico può fare, comune
è l’humus che si forma sotto gli alberi e nei campi ben coltivati
perché arricchisce la catena alimentare, la quale è comune anch’essa
insieme al polline dei fiori e a tutto ciò che serve a far vivere
gli insetti, gli uccelli, gli animali e le piante selvatiche, delle
quali comuni sono i semi spontanei così come quelli delle piante
coltivate, selezionate dall’opera di tanti contadini e comunità
indigene anonime che da sempre hanno lasciato in eredità gratuita
a tutte le generazioni i risultati delle loro fatiche e scoperte.
Comune infine è la terra per le popolazioni tribali. Ma anche nelle
società contadine in cui è ben instaurata la proprietà privata,
restano forme di usi civici e comuni sono le strade vicinali, la
rete dei fossi, le sponde dei fiumi e i ruscelli, l’uso delle sorgenti
liberamente aperto alla sete dei vicini e dei viandanti.
Coloro che conservano e trasmettono questa ricchezza insostituibile,
obbedendo alle leggi naturali di alimentazione delle piante, migliorando
la depurazione naturale e l’accumulo delle acque nelle falde, aumentando
l’assorbimento di anidride carbonica e di acqua nelle biomasse sotto
forma di humus, arricchendo i suoli, neutralizzando e trasformando
le sostanze tossiche in utili e sane, proteggendo la terra dall’erosione,
aumentando e migliorando la qualità degli alimenti per se stessi
e le comunità locali, imprimendo sul paesaggio i segni della bellezza
domestica, svolgono il lavoro fondante il pubblico interesse. Questo
lavoro precede e supera quello degli stati e delle organizzazioni
internazionali.
I contadini e i popoli indigeni non sono produttori di merci, sono
guardiani della terra e della nostra sopravvivenza comune. Producendo
beni strategici per la loro sussistenza, nutrono il paesaggio e
lo umanizzano, cioè lo rendono domestico per la comunità di esseri,
viventi o meno, a cui apparteniamo.
Le culture contadine e indigene sono orali, perché si basano su
un’intelligenza e intuizione analogica e simbolica diretta, un linguaggio
comune con la natura: scrivono nel paesaggio, con le piante, gli
animali, gli strumenti e i beni che producono, non sulla carta.
Nel loro operare lasciano spazio alle voci e al silenzio di tutti
gli esseri viventi.
Le comunità contadine e tribali applicano l’etica della sussistenza,
cioè soddisfano i loro bisogni essenziali direttamente dalla natura,
rispettandone l’ordine, in economie locali di circuito, fondate
su pratiche di coltivazione e uso della terra ereditate da saperi
e abilità ancestrali che comportano l’impegno continuo a mantenere
e ricostruire equilibri naturali, sociali e culturali. Il ciclo
alimentare è per sua qualità intrinseca locale, finalizzato alla
sussistenza.
DOVERI NATURALI
Il lavoro dei piccoli contadini e dei popoli tribali che obbediscono
all’etica della sussistenza, in quanto la protezione e cura che
dedicano ai loro luoghi ha effetti sul mondo intero, adempie ai
seguenti doveri:
- conservare e arricchire il suolo, usando le biomasse per moltiplicare
l’humus;
- favorire il manto vegetale perenne sia di leguminose che di siepi
e alberi, rispettando la necessaria e salutare convivenza del maggior
numero di specie;
- aumentare la capacità di assorbimento delle acque nel suolo, nelle
falde e sorgenti e proteggerne la potabilità locale e gli altri
usi comuni;
- curare i suoli tramite la manutenzione e adattamento di fossi,
viottoli, muri a secco, ciglionature, strade vicinali, campi terrazzati
ecc.
- migliorare le varietà e il ripopolamento delle specie vegetali
e animali adattate ai luoghi aumentando così la biodiversità ed
evitando le monocolture;
- curare la pulizia delle loro abitazioni, la salute dei loro alimenti
e territori che abitano senza prodotti tossici, di sintesi e di
plastica;
- produrre alimenti ugualmente sani per se stessi e per gli altri;
- rispettare la sovranità alimentare, cioè l’autosufficienza regionale:
infatti solo se ogni popolo si nutre coi prodotti della sua terra
è sicuro della sua indipendenza politica e di non rubare alimenti
agli affamati dei paesi poveri;
- fare la manutenzione delle parti comunitarie della terra, dell’accessibilità
dell’acqua da bere per la sete dei viandanti, delle strade vicinali,
dei boschi e degli altri percorsi tradizionali;
- praticare e trasmettere le loro culture orali, che non escludono
nessun essere vivente, e difendono il silenzio come diritto di uso
civico;
- tendere allo stadio climax e alla massima simbiosi degli esseri
umani con le altre forme viventi e i loro sostrati minerali.
DIRITTI NATURALI DEI CONTADINI E DEI POPOLI INDIGENI
Conseguentemente, chi opera sulla terra in violazione dei suddetti
doveri non può vantare alcun diritto di precedenza e non può indennizzare
le popolazioni con esborsi economici ma solo ripristinando l’ecosistema
locale o bacino imbrifero nelle condizioni precedenti ai danni.
Chi opera sulla terra per fini di profitto esercita un’attività
industriale e deve essere sottoposto a ogni regolamento, certificazione,
controllo sanitario ecc. riservato a tali attività, rispettando
tassativamente i limiti imposti dalle leggi nelle forme indicate
dallo stato in cui opera. Gli Stati agiscono illegittimamente ogni
volta che garantiscono alle imprese industriali diritti che sono
in conflitto coi diritti tradizionali dei contadini.
A coloro che, anche soltanto su un fazzoletto di terra, assolvono
i suddetti doveri appartengono i seguenti diritti originari, inalienabili
e imprescrittibili;
1) il diritto di conservare la prosperità e la natura comunitaria
della terra che rende immorale e illecito ogni e qualsiasi esproprio,
anche per pubblica utilità, in quanto la pubblica utilità di chi
esercita i doveri di cui sopra è superiore a ogni altra utilità;
2) il diritto all’analfabetismo, cioè il diritto di vivere e comunicare
per mezzo di una cultura orale in tutto ciò che riguarda la campagna
e le sue opere, il che comporta il divieto di obblighi scritturali
o elettronici o certificatori di alcun genere per le attività contadine
che saranno esclusivamente a carico degli uffici burocratici, per
i popoli tribali ciò comporta anche il divieto di pretendere una
documentazione scritta di proprietà della terra, bastando l’uso
prolungato ab immemorabili;
3) il diritto alla gratuità dello scambio e della selezione dei
semi che comporta il divieto di brevettare esseri viventi ancorché
manipolati dalla scienza e dalla tecnica. Le varietà adattate ai
luoghi fin da tempo immemorabile sono state il risultato attività
svolte gratuitamente per il bene della comunità;
4) il diritto di accesso all’acqua e il divieto di qualsiasi attività
che comprometta le falde, privatizzi le acque e ne riduca la disponibilità
per i piccoli contadini, le popolazioni indigene o gli residenti/utenti;
5) il diritto al regime di esenzione dalle norme igieniche imposte
dai governi: gli organismi sanitari di controllo hanno l’onere della
prova nel caso sostengano che specifiche pratiche tradizionali adottate
dall’agricoltura contadina provochino danni alla salute del suoi
utenti.
6) il diritto al regime di esenzione dalle norme commerciali in
quanto le attività di vendita diretta al pubblico e a dettaglianti
da parte dei contadini e indigeni sono sempre state libere e non
considerate attività commerciali.